Call center: salari al ribasso ed extracomunitari. E’ crisi

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Call center e crisi economica: sono il simbolo del precariato dell’Italia che vuole lavorara ma che fa i conti con talenti in stand by e vite che vivono alla giornata, con prospettive mensili. Le donne under-40 laureate e precarie sono il soggetto di una fotografia che le ritrae in bilico, tra promesse, speranze, pochi soldi, e frustrazione. La soglia dei mille euro al mese è spesso un miraggio, ma gli orari e i ritmi, quelli sono talvolta alienanti. E come se non bastasse, ecco in arrivo la concorrenza extracomunitaria di persone altrettanto ‘disperate’ o alla ricerca di un futuro migliore, come albanesi, romeni e tunisini. Non importa che masticano un italiano improbabile, l’unico driver che conta è il denaro e loro costano meno.

Delocalizzazione dei call center e precariato saranno i temi centrali della Terza conferenza nazionale delle lavoratrici e lavoratori dei call center che si terrà a Roma venerdì 18 e sabato 19 febbraio a cura di Slc-Cgil, importante sindacato del settore: sempre più centralini sono stati collocati all’estero, e danno lavoro a persone molto motivate quanto meno costose per i datori di lavoro, come non-immigrati; extracomunitari e comunitari, tipo i romeni.

Unica cosa buona è che in questo modo gli stranieri meno abbienti hanno lavoro nelle proprie nazioni, e non invadono il territorio italiano, spesso affogando nel lavoro nero o illegale.

Ma qual è l’impatto per la nostra occupazione? Secondo Natascia Treossi, segretario Slc-Cgil di Roma e Lazio, ‘il Lazio è una delle regioni dove l’occupazione è più a rischio. Abbiamo diverse situazioni critiche che teniamo sotto osservazione’.

Secondo gli ultimi dati rilevati da uno studio di settore, il comparto call center darebbe lavoro ad oltre 64 mila addetti: circa 11mila sono assoldati da grandi aziende che decidono di esternalizzare su commessa alcuni servizi di contatto con gli utenti. Ma la competizione ed il dumping salariale, ossia la ricorsa al ribasso degli stipendi da parte dei datori di lavoro, è un fattore che taglia le gambe a lavoratori, che perdono in massa posti di lavoro.

Ultimo è il caso dei 118 lavoratori della Herla di Pomezia che, a ottobre, hanno occupato i tetto degli uffici call center perché non venivano pagati da un anno. Lo scenario è chiaro: sempre più società scelgono di delocalizzare il servizio in Paesi dove il lavoro costa meno.

Albania, Romania e Tunisia sono tra le mete preferite, a scapito dei lavoratori precari italiani. Che dire del servizio offerto? La questione talvolta è delicata, dato che le informazioni trasmesse sono sensibili, come ad esempio numeri di carta di credito o dati di salute.

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